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Autoritratti senza me

Personale fotografica di Virginio Bottaro
14 maggio – 12 giugno 2011

Quando fotografo la natura, ciò che tento di cogliere è la sua poesia. Non è la potenza della natura ad interessarmi, non è la velocità, la crudezza, la spettacolarità, la rarità. La poesia che cerco nella natura sta nella sua semplicità. In una foglia accartocciata, in un albero all’orizzonte, un’acqua appena mossa, una corteccia avvolta nel muschio.
Ma la poesia della natura non sempre si rivela facilmente, va scovata, capita, e se non scatto un miliardo di fotografie, una per ogni foglia e ogni ramo di bosco è perché sono misero e non sempre riesco a scovare e capire la poesia della natura.

Trattenere il respiro per un trentesimo di secondo è niente. Gocciolano le ore sugli occhi che guardano il buio del soffitto e già vedono ciò che forse domani vedranno. Un’emozione arriva da lontano, forse un ricordo. Domani mi alzerò presto. Andrò a cercare un mio ritratto. Ho covato un’idea e a mani aperte. Per un trentesimo di secondo, domani la involerò dalla mente.
La colazione è lenta, alle quattro del mattino. Qualche ora dura il viaggio fino a una strada umida e slunga. La macchina fotografica è un organo del mio corpo. Aspetta il momento e quando le dico Vai, lei apre la sua palpebra, per un trentesimo di secondo mentre io, per un trentesimo di secondo, trattengo il respiro.
Un trentesimo di secondo può raccontare una vita.

Cammino nel silenzio mio e della campagna. Un cenno di neve mentre aspetto il sole. Fra canneti e vecchi tronchi e parlo solo con il fiato del naso. Mi fermo quando un’immagine dall’intorno chiama la mia attenzione, questo accade a tutti.
È un lento fermarsi, un lento voltarsi dei sensi. Un campo spoglio, una riva, un fosso un ramo mi accendono qualcosa e il passo si posa cambio in me l’ottica della vista. Il mirino diventa il mio nuovo occhio. Il tempo dell’otturatore è il mio nuovo ritmo. Il diaframma, dilatato o stretto è il mio nuovo respiro.
Ho trovato una corrispondenza. Magia che accade. Traguardo me stesso davanti a me ciò che vedo è ciò che provo l’immagine che verrà sarà il racconto di ciò che sono.

Cerco e disperato bramo e con le unghie sbrandello sogni e azzanno morsi di speranze e dispero e impreco mi scontento e mi rimprovero che è finita! E urlo e arresto il tanto cercare e riprendo e urlo insulti ai sogni e strasogno e disperato spero e dispero mi graffio di pianti a stracci di pelle poi in certe mattine mi accorgo di un silenzio e di una strada fra i campi aria ghiaccia sulle mani e sul viso scarponi nel fango che poi a casa ripulirò, una riva di fiume, la sagoma di un albero, il disegno di una collina, uno scherzo di campagna, il sole scalda l’aria e la appanna mi rallento ad aspettare che nulla accada.
È tempo di lentezza è tempo di silenzi il disperato cercare si è soddisfatto di poca cosa un pane con mortadella un caffè al bar dello sport si fa il momento di tornare a casa ripulisco gli scarponi e rivedo ciò che ho visto riprovo ciò che ho provato. Ho trovato ciò che cercavo era poca cosa era lì ero io. Ora sono con me.

Con la macchina fotografica accanto non sei mai solo. AC

 

Info

Museo Archeologico
del Finale

Chiostri di Santa Caterina

I-17024
FINALE LIGURE BORGO (SV)

Tel.:
+39 019.690020
Fax:
+39 019.681022

E-mail:
info@museoarcheofinale.it

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